Luglio 2007

I CORSI D'ACQUA E L'AGRICOLTURA IN LOMELLINA

Per chi vive in Lomellina e qui ha le sue radici la conoscenza 
della “storia agricola” di questa terra è un dovere; apprenderla dalla relazione dell’ing. Sergio Baratti è anche un piacere.

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(sergio baratti)

L’irrigazione, ossia l’apporto artificiale di acqua al terreno agrario, costituisce ancor oggi uno dei più importanti elementi tecnologici – insieme con la meccanizzazione, la fertilizzazione ed il controllo chimico dei parassiti – di cui l’agricoltura si avvale per migliorare la produzione; essa consente infatti di eliminare le conseguenze negative dovute alle carenze ed alle irregolarità delle precipitazioni atmosferiche e rende possibile sia la messa in coltivazione di vaste zone altrimenti inutilizzabili sia l’introduzione di nuove colture altrimenti inattuabili.

Ma per la Lomellina l’irrigazione è stata anche il fattore che più di ogni altro, nei secoli, ha inciso sull’assetto territoriale, trasformando l’ecosistema naturale originario, formato da acquitrini, aridi dossi sabbiosi e foreste nell’attuale ecosistema agricolo-irriguo caratterizzato dalla presenza dei canali, delle rogge, dei fontanili, delle “cascine”, delle risaie e delle altre colture irrigue. Tale ecosistema, pur se costruito dall’Uomo, si è ormai fissato nella memoria storica collettiva fino ad apparire “naturale”; d’altra parte, la coscienza che esso costituisce anche la testimonianza di tante fatiche umane che si sono susseguite nei secoli (“enorme deposito di fatiche” lo definì Carlo Cattaneo) aggiunge una qualificazione culturale particolare che indubbiamente influenza positivamente il modo stesso di guardare ed apprezzare il paesaggio agrario della pianura irrigua padana, un paesaggio che riassume in sé, anche in forma emblematica, i tre fondamentali fattori da cui ha tratto origine: l’acqua, la terra e l’Uomo.

Le prime iniziative irrigatorie di cui è rimasta memoria storica risalgono all’Età Comunale, quando la gente del contado, sciolta dai pesanti vincoli del passato, si dedicò con grande fervore a rimettere a coltura le terre già coltivate nelle epoche precedenti, ampliandole con l’abbattimento di larghe zone boschive e sistemando i terreni per ridurre gli acquitrini, allora largamente presenti.

L’accresciuta potenza, anche economica, dei liberi Comuni cominciò a consentire l’avvio di grandi opere idrauliche, destinate ad avere un ruolo fondamentale nello sviluppo agricolo e nell’evoluzione del paesaggio.

Nel territorio milanese, un decisivo impulso all’estendersi delle irrigazioni si ebbe, nei secoli XII e XIII, con la realizzazione del Naviglio Grande, derivato dal Ticino ed esteso sino alla “Fossa interna” della Città, realizzata a scopo difensivo; iniziato sul finire del XII secolo e successivamente ampliato per la navigazione, il Naviglio Grande di Milano costituì l’asse portante dell’intero sistema dei navigli milanesi, completato nei secoli successivi.

Il Naviglio Grande ebbe un costo economico talmente elevato per le popolazioni lombarde di quel tempo che solo la sua originaria destinazione per l’incremento della produzione agricola poteva giustificarne la costruzione per gli altri usi (difesa militare, trasporto di derrate e materiali da costruzione, alimentazione degli opifici, abbellimento della città ecc.).

La realizzazione dei Navigli di Milano suscitò tanta ammirazione in tutta la Pianura Padana che il termine “naviglio” anche in Lomellina divenne sinonimo di “grande canale”, indipendentemente dall’effettiva navigabilità.

Negli stessi secoli XII e XIII, nel Novarese, si realizzano la roggia Nuova della città di Novara, derivata dal Sesia, e la roggia di Cerano, alimentata con le acque dei torrenti Agogna e Terdoppio; nel Vercellese, in sponda destra del Sesia viene derivata la roggia del Comune di Gattinara. Queste prime rogge – come quelle che verranno realizzate nei secoli successivi – erano principalmente destinate all’irrigazione e all’azionamento dei mulini.

E’ in questo periodo che si introduce, sembra ad opera delle Comunità monastiche, la pratica delle “marcite”, che consente, com’è noto, di mantenere verde l’erba dei prati anche nell’inverno, utilizzando il calore apportato da un velo d’acqua continuo scorrente sulla loro superficie; si impara anche ad utilizzare le naturali risorgenze della falda freatica, attraverso lo scavo dei caratteristici “fontanili”, le cui acque vengono, più a valle, utilizzate per l’irrigazione.

Tanto impegno e tante fatiche diedero i loro pieni frutti molto più tardi, ma anche nell’immediato non mancarono i risultati positivi. Il terreno agrario, in genere per sua natura scarsamente fertile, aumentò notevolmente la sua produttività, sia per i più progrediti attrezzi di lavorazione, sia per la maggiore disponibilità di letame dovuta al prevalere dell’allevamento bovino su quello ovino, sia infine per la più vasta adozione della pratica del “sovescio” (sotterramento di specie vegetali a scopo di concimazione) e del “maggese” (periodica messa a riposo dei terreni agricoli). Si estese la coltivazione del frumento, dei foraggi, del lino e della canapa; si diffuse la coltura della vite, generalmente sposata ad alberi disposti in filari lungo i confini dei campi; si ridusse ancora la superficie a bosco, sia per le esigenze di legname sia per accrescere i coltivi.

Il trapasso dai Comuni alle Signorie non arrestò nè lo sviluppo delle città né i progressi delle campagne; ancora più intenso fu l’avvio di nuove iniziative irrigatorie.

Nel secolo XIV vennero realizzate importanti derivazioni a beneficio del Novarese e della Lomellina: dal Sesia, la roggia Busca e il roggione di Sartirana; dal Ticino, la roggia di Oleggio. Nel Vercellese, dal Sesia venne derivata la roggia di Lenta; dall’Elvo, la roggia di Buronzo; dalla Dora Baltea, il canale del Rotto.

Nel Quattrocento due fatti rilevanti segnarono il progredire delle campagne: l'allevamento del baco da seta e la coltivazione del riso, strettamente legata - questa - alla disponibilità dell'acqua.

La prima e sicura documentazione della coltura del riso nella Pianura Padana è costituita da due lettere di Galeazzo Maria Sforza scritte nel 1475 nella tenuta ducale di Villanova di Cassolnovo, nelle quali si fa riferimento a coltivazioni di riso ivi già esistenti.

Dalla risicoltura venne una nuova e formidabile spinta a quella colossale e meravigliosa opera di sistemazione dei terreni destinata a trasformare totalmente il paesaggio agrario della pianura irrigua.

L'agricoltura di gran lunga più intensiva, indotta dalla coltivazione del riso e dall'estendersi delle irrigazioni, portò da un lato al frantumarsi dei grandi latifondi, dall'altro alla necessità di un insediamento sparso nelle campagne; sorsero così le tipiche "cascine", costituite da vasti cortili racchiusi sui quattro lati da edifici con varie funzioni.

Attorno al 1445, fallito il progetto del Duca Filippo Maria Visconti di prolungare il Naviglio Grande da Abbiategrasso a Vigevano, attraversando il Ticino con un sistema di conche, il Comune di Vigevano avviò i lavori per derivare dalla sponda destra del Ticino, tra Galliate e Trecate, il “Naviglio di Vigevano”; l’opera, dopo varie interruzioni legate alle vicende della Casa ducale milanese, fu completata nel 1482 da Ludovico il Moro e prese il nome di “Naviglio Sforzesco”, in quanto destinato principalmente all’irrigazione della grande tenuta ducale a sud di Vigevano chiamata “Villa Sforzesca”.

Pure per irrigare la Villa Sforzesca e le altre tenute ducali di Cassolnovo e di Villanova, Ludovico il Moro realizzò, tra il 1481 ed il 1488, un’altra grande opera idraulica: la roggia Mora, che dal Duca stesso prese il nome. Derivata dal fiume Sesia a Prato Sesia - ove preesisteva l’antica derivazione della città di Novara della prima età comunale - la roggia Mora costituisce, così come i Navigli di Milano, uno dei più antichi esempi di “interconnessione” di fonti idriche diverse. Alimentata da un fiume - il Sesia - soggetto a forti e prolungate carenze idriche e destinata a fornire, per le esigenze dei mulini e delle irrigazioni, una portata il più possibile costante e sicura, la roggia Mora, lungo il suo percorso di circa 60 chilometri, è infatti in grado di intercettare le portate utili di ben tre torrenti: lo Strona, l’Agogna ed il Terdoppio; al termine, le sue acque vanno ad integrarsi, sui campi della Tenuta Sforzesca, con le acque di Ticino, ampliando così ulteriormente la gamma delle fonti idriche.

Del XV secolo è anche la costruzione, nel Novarese, della roggia Biraga e nel Vercellese, del Naviglio d’Ivrea; questo Naviglio, derivato dalla Dora Baltea e della lunghezza d’oltre 70 chilometri, venne costruito inizialmente a scopo navigabile, soprattutto per il trasporto del sale nel Ducato di Savoia, ma venne poi utilizzato principalmente a scopo irriguo.

Tra il 1200 ed il 1500 l'attività costruttiva dei canali fu quasi frenetica, ma si realizzò con assoluta mancanza di coordinamento tra le diverse iniziative, dando luogo così a quel diffuso disordine idraulico-irriguo che costituisce ancora oggi un problema da risolvere. Occorre considerare anche che, con il passare dei secoli, rogge e canali venivano usati, oltre che per l'irrigazione e per i mulini, per una molteplicità di altre utilizzazioni: per dotare le città di acque per usi domestici; per il lavaggio delle fognature, che erano in gran parte a cielo aperto; per azionare le prime manifatture ecc..

La mescolanza di tali usi, con i complessi "diritti" che li regolavano, costituì certamente, nel tempo, un aggravamento della situazione di disordine idraulico ma contribuì in forma determinante allo sviluppo economico e civile del territorio.

Nel Seicento, il susseguirsi di calamità politiche e di disastri naturali (clima avverso, piene rovinose dei fiumi, morie del bestiame), col seguito di forti carestie e di micidiali epidemie, determinò un temporaneo arresto nella costruzione dei canali; tra le pochissime opere nuove di questo periodo è da ricordare il Naviglio Langosco; il canale venne eseguito per concessione 29 maggio 1613 di Filippo III Re di Spagna, cui spettava anche il titolo di Duca di Milano, in accoglimento della supplica del 1610 presentata dal Conte Guido Langosco per l’irrigazione “dell’Agro Lomellino, che trovasi sterile et quasi inutile”. Tra le antiche derivazioni dal Ticino, il Naviglio Langosco è l’ultima in ordine di tempo e la maggiore di sponda destra con una portata di 22,7 m3/s ed un percorso di oltre 43 chilometri nel cuore della Lomellina.

 Ma con il tramonto del Seicento riprese in forma ancora più vigorosa il progresso rurale, favorito dalla generale tendenza ad investire capitale liquido in beni fondiari per ricavarne una rendita, spesso in prodotti, attraverso l’istituzione della mezzadria e poi dell’affittanza.

 I coltivi si estesero notevolmente, riducendo i boschi alle fasce lungo i fiumi e i torrenti e ai dossi più elevati. Si diffusero le varie colture: il foraggio, che divenne il protagonista della nuova agricoltura; il riso, pur tra forti contrasti per l’accusa di essere portatore di malaria; il granturco, che aveva fatto la sua prima apparizione nel secolo precedente; il lino, la canapa, il gelso, e le nuove colture della patata e del tabacco. Di contro, la vite cominciò ad abbandonare la pianura, troppo ricca di acque, per intensificarsi sulle colline.

Nonostante le numerose ed importanti iniziative irrigatorie succedutesi nei secoli, a metà dell’Ottocento la pianura novarese e lomellina si trovava ancora in gran parte priva d’irrigazione o scarsamente irrigata, mentre nel Milanese le irrigazioni indotte dal sistema dei navigli avevano portato l’agricoltura lombarda a risultati invidiabili e, al di là del Sesia, il Vercellese era ormai quasi interamente irriguo; qui, per iniziativa del Conte di Cavour, con legge 3 luglio 1853 n. 1775, venne costituita la prima “associazione di irrigazione” – quella “dell’Agro all’Ovest del Sesia” di Vercelli – i cui vantaggi furono presto evidenti e che costituì anche per altri territori, come lo stesso Cavour aveva previsto, un esempio ed una decisiva spinta verso l’autogoverno dell’irrigazione da parte degli agricoltori interessati.

 Soprattutto dopo i gravi danni subiti a seguito degli eventi bellici del 1859, i coltivatori novaresi e lomellini cominciarono a premere sul Governo perchè si costruisse un canale in grado di apportare le acque necessarie per l’irrigazione delle loro terre e l’attenzione si rivolse in particolare al Po, secondo un’antica idea del domenicano padre Bertone da Cavaglià resa pubblica nel 1633 e successivamente più volte ripresa ma mai altimetricamente verificata.

Un primo progetto di massima di un canale da derivarsi dal Po e destinato a completare l'irrigazione del Novarese e della Lomellina venne elaborato dall'agrimensore vercellese Francesco Rossi; nel 1852, il Conte di Cavour, divenuto Presidente del Consiglio, diede incarico all'ing. Carlo Noè di provvedere al progetto definitivo del canale, con una portata di 110 m3/s, con l’opera di presa dal fiume a Chivasso ed esteso, con un percorso di 82 km, fino al Ticino.

Gli intensi eventi politici degli anni successivi (guerra di Crimea, guerre del 1859-60, annessioni, proclamazione del Regno d'Italia) e soprattutto la scomparsa del Conte di Cavour (6 giugno 1861) bloccarono l'attuazione del progetto; ma la spinta dei deputati novaresi e lomellini, che reclamavano la riparazione dei danni di guerra subiti nella primavera del 1859, indusse il Ministro Quintino Sella a riprendere l'iniziativa.

Il l° giugno 1863 veniva posta la "pietra fondamentale" all'imbocco del costruendo canale che, come indicato dalla legge stessa, prendeva il nome di "Canale Cavour"; il 12 aprile 1866, a meno di tre anni dall'avvio dei lavori, il canale era realizzato; due anni dopo (1868), essendosi evidenziato che il Po non era in grado, per lunghi periodi, di fornire al canale la portata di progetto, venne costruito il canale sussidiario Farini, per integrare il canale Cavour con le acque della Dora Baltea. Entrava così in funzione il più grande canale d’irrigazione in Italia, destinato a determinare nell'intera pianura tra Dora Baltea, Ticino e Po un notevole impulso al progresso non solo agricolo - attraverso l'irrigazione - ma anche industriale, grazie alla maggior forza motrice messa a disposizione dagli impianti alimentati con le nuove acque disponibili: ne deriverà uno straordinario sviluppo economico di questo territorio.

Il canale Cavour praticamente completò, attraverso la costruzione dei suoi diramatori, la trasformazione irrigua dell'intera pianura novarese e lomellina.

Il diramatore più importante, denominato "Quintino Sella", venne realizzato nel 1871 e completato, nel 1872-73, con i subdiramatori "Pavia" e "Mortara"; fu così possibile non solo estendere l'irrigazione ma anche disporre di una notevole quantità di energia idroelettrica che facilitò lo sviluppo industriale del Novarese e della Lomellina.

Con la costruzione del canale Cavour furono gradualmente dissodate, sistemate ed irrigate anche le ultime "brughiere" in sponda destra di Ticino rimaste "d'asciutto"; ciò avvenne principalmente con la realizzazione del Diramatore Vigevano, il cui primo tronco fu costruito nel 1868 e che fu ampliato e prolungato nel 1896 fino a Cassolnovo: nel 1958 il Diramatore Vigevano fu prolungato ulteriormente fino a Gambolò, dove si immette nel subdiramatore Pavia.

 Nel Novarese e nella Lomellina la distribuzione delle acque del canale Cavour operata direttamente dallo Stato attraverso un’apposita Amministrazione del Ministero delle Finanze suscitò subito gravi proteste, soprattutto per lo spirito spiccatamente fiscale con cui veniva praticata. Dovettero però passare molti anni prima che gli agricoltori novaresi e lomellini, sull’esempio di quanto realizzato nel Vercellese fin dal 1853, potessero giungere a costituire, nel 1922, l’"Associazione Irrigazione Est Sesia", e cioè un consorzio degli utenti che potesse ottenere in concessione le acque ed i canali demaniali; così avvenne e le concessioni si susseguirono fino all’emanazione della Legge 27 dicembre 1977 n. 984, in attuazione della quale tutti i canali demaniali del Vercellese, del Novarese e della Lomellina passarono in definitiva gestione alle Associazioni degli utenti (“Ovest Sesia” di Vercelli ed “Est Sesia” di Novara).

Nel frattempo, per far fronte alle sempre più gravi carenze d’acqua dal canale Cavour e per estendere l’irrigazione alla pianura a nord del canale, in concomitanza con la realizzazione delle opere di regolazione del lago Maggiore (1942), si diede avvio, nel 1938, alla costruzione di un nuovo canale da derivarsi dal Ticino: il canale Regina Elena (per una portata di 70 m3/s ed un percorso di 25 chilometri), ultimato nel 1954 e completato nel 1980 col nuovo Diramatore Alto Novarese (portata di 25 m3/s e percorso di 21 chilometri) che consente una più completa integrazione del canale Cavour ad est del Sesia con le acque di Ticino, a beneficio del comprensorio novarese-lomellino e, indirettamente, anche di quello vercellese, il quale può utilizzare maggiori portate del canale Cavour, essendo queste sostituite ad est del Sesia, dalle acque addotte dal canale Regina Elena.

 Per l’agricoltura dei vasti territori irrigui in sinistra ed in destra del Ticino, la regolazione del Lago Maggiore costituisce uno straordinario vantaggio offerto dalla natura dei luoghi e dal progresso della tecnica: quello di poter trattenere le acque sovrabbondanti per poi erogarLe in modo da soddisfare le esigenze delle colture, mutevoli in relazione al ciclo vegetativo e all’andamento delle piogge.

 Le irrigazioni della Pianura Padana – ed in particolare quelle lombarde e piemontesi – suscitarono nei secoli scorsi grande interesse; nell’Ottocento quasi tutti i Governi europei inviarono propri “viaggiatori” a studiare le nostre irrigazioni.

Nelle loro relazioni non mancano affermazioni di vero entusiasmo: così, ad esempio, scriveva nel 1883 Albert Herisson, inviato dal Governo Francese: “Non vi è in tutto il mondo un sistema di irrigazione confrontabile con quello esistente nel nord dell’Italia e si può praticamente affermare che non vi sarà giammai”!

 Qualche decennio prima, nel 1837, il parlamento britannico aveva ascoltato un rapporto del dott. Bowring sugli sviluppi dell’agricoltura irrigua nell’Alta Italia e nel 1847 aveva affidato al proprio vice Console a Milano, Robert Campbell, di verificare se le istituzioni agrarie della Pianura Padana, ed in particolare l’irrigazione, potevano essere applicate a sollievo dell’Irlanda, la cui situazione economica ed agricola era disastrosa.

Incaricato di fornire le indicazioni del caso fu Carlo Cattaneo, il quale delineò in cinque lettere una delle più acute analisi delle caratteristiche ambientali ed agricole della Pianura Padana che siano mai state scritte.

Basterà citarne qualche passo che riguarda il sorgere e lo svilupparsi dell’irrigazione.

“Il nostro ordine irrigatorio non fu opera di improvviso getto, né instituzione che ci pervenisse adulta e sapiente. Prima di far l’opera si è dovuto, per così dire, inventare il principio. Sotto lo stimolo della necessità, l’intelligenza e il capitale vennero combinando in ordine artificiale i quattro fatti geografici che abbiamo accennati:

-       l’indole povera e silicea del suolo;
-       la sua continua declività;
-       la siccità estiva del cielo;
-       la ridondanza estiva delle acque alpine.

Dovendosi operare senza modello precedente, senza direzione generale, senza aiuto di leggi non ancora pensate, e solo per imitazione vicinale lentamente propagata di podere in podere, i lavori dovevano riescire sconnessi e disordinati; spesse volte contrariarsi mutuamente; mancare in un luogo le acque, che sovrabondavano in altro, prendersi da lontana parte, e arrivare con insufficienti altezze quelle che avrebbero potuto prendersi più da vicino. Ciò che rimase, è solo una parte di ciò che si fece e si disfece nel corso di duemila anni; interrotti da tante vicissitudini e tante barbare o semibarbare influenze. E l’opera finale e presente non può essere così perfetta come avrebbe potuto ordinarsi con disegno premeditato. Come le frontiere delle nostre provincie e le vie delle nostre vetuste città sono tortuose in paragone alle linee rette che vediamo dominare nelle mappa delli Stati Uniti: così, complicati riescirono i meandri delle acque sui nostri campi. In alcuni luoghi l’intreccio delle loro direzioni e delle loro altezze è oggetto di curiosità al viaggiatore. Un premeditato disegno non avrebbe lasciato adito a questi sforzi d’ingegno e di capitale”.

Ed ancora:

“Il reddito presente del territorio suddescritto non corrisponde ai tesori che nel corso dei tempi vi si prodigarono. I popoli posero il loro capitale a interesse ben tenue. Ma lo confidarono al suolo della patria: e si assicurarono un’esistenza durevole anche nei mutamenti della fortuna. Questi campi d’artificiale fecondità sono come i palazzi di marmo, che durano più delle famiglie per cui furono edificati”.

Qualche anno più tardi, nel 1863, il conte Stefano Jacini – al cui nome fu poi legata la prima grande inchiesta sull’Agricoltura Italiana del 1880 – in una sua opera giovanile sulla proprietà fondiaria, accennando all’infinito numero di canali necessari per portare l’acqua a tutti i campi ed alle sistemazioni agrarie che occorrono per renderli irrigui, così scriveva:

“Si è alterata perciò la superficie di molta parte della pianura. Insomma si è dovuto costruire, per così dire, la terra che dovea nutrirci nello stesso modo che i Veneziani hanno costruito la loro stupenda città. In questa sorgono grandiosi edifici e sublimi capid’arte, dove un dì regnava lo squallore della laguna; fra noi si ammira la più ricca vegetazione d’Europa sul piano che la natura pareva avesse condannato alle paludi, alle sabbie e alle ghiaie”.

Spetta ora a noi il compito di conservare e valorizzare questo prezioso patrimonio che le generazioni che ci hanno preceduto hanno costruito con tanto ingegno e con tanta fatica.

  

 


Sergio Baratti
Nato a Cassolnovo (Pavia) e laureato in Ingegneria Idraulica.

Dall'anno 1965 all'anno 2004 è stato Direttore Generale dell'Associazione Irrigazione Est Sesia di Novara (Consorzio di Bonifica integrale che opera su un territorio di oltre 200.000 ettari, tra i fiumi Sesia, Ticino e Po).

Dal 1° novembre 1971 al 31 ottobre 1985, ha svolto attività accademica come professore incaricato interno della Facoltà di Ingegneria dell'Università di Pavia per il corso di "Bonifica ed Irrigazione".

Già membro del Consiglio Superiore dell'Agricoltura, è attualmente membro del Consiglio di Amministrazione e del Comitato di Presidenza del Consorzio del Ticino (Ente che provvede alla regolazione del lago Maggiore) e Presidente dell'Unione Regionale Piemontese dell'Associazione Nazionale delle Bonifiche, delle Irrigazioni e dei Miglioramenti Fondiari.

In tali ambiti ha svolto importanti progetti e curato numerose pubblicazioni e ricerche sul tema del ruolo della risorsa idrica nel territorio agricolo partecipando a numerosi convegni sull’uso delle acque.