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(sergio
baratti)
L’irrigazione,
ossia l’apporto artificiale di acqua al terreno agrario,
costituisce ancor oggi uno dei più importanti elementi
tecnologici – insieme con la meccanizzazione, la fertilizzazione
ed il controllo chimico dei parassiti – di cui l’agricoltura
si avvale per migliorare la produzione; essa consente infatti di
eliminare le conseguenze negative dovute alle carenze ed alle
irregolarità delle precipitazioni atmosferiche e rende possibile
sia la messa in coltivazione di vaste zone altrimenti
inutilizzabili sia l’introduzione di nuove colture altrimenti
inattuabili.
Ma
per la Lomellina l’irrigazione è stata anche il fattore che più
di ogni altro, nei secoli, ha inciso sull’assetto territoriale,
trasformando l’ecosistema naturale originario, formato da
acquitrini, aridi dossi sabbiosi e foreste nell’attuale
ecosistema agricolo-irriguo caratterizzato dalla presenza dei
canali, delle rogge, dei fontanili, delle “cascine”, delle
risaie e delle altre colture irrigue. Tale ecosistema, pur se
costruito dall’Uomo, si è ormai fissato nella memoria storica
collettiva fino ad apparire “naturale”; d’altra parte, la
coscienza che esso costituisce anche la testimonianza di tante
fatiche umane che si sono susseguite nei secoli (“enorme
deposito di fatiche” lo definì Carlo Cattaneo) aggiunge una
qualificazione culturale particolare che indubbiamente influenza
positivamente il modo stesso di guardare ed apprezzare il
paesaggio agrario della pianura irrigua padana, un paesaggio che
riassume in sé, anche in forma emblematica, i tre fondamentali
fattori da cui ha tratto origine: l’acqua, la terra e l’Uomo.
Le
prime iniziative irrigatorie di cui è rimasta memoria storica
risalgono all’Età Comunale, quando la gente del contado,
sciolta dai pesanti vincoli del passato, si dedicò con grande
fervore a rimettere a coltura le terre già coltivate nelle epoche
precedenti, ampliandole con l’abbattimento di larghe zone
boschive e sistemando i terreni per ridurre gli acquitrini, allora
largamente presenti.
L’accresciuta
potenza, anche economica, dei liberi Comuni cominciò a consentire
l’avvio di grandi opere idrauliche, destinate ad avere un ruolo
fondamentale nello sviluppo agricolo e nell’evoluzione del
paesaggio.
Nel
territorio milanese, un decisivo impulso all’estendersi delle
irrigazioni si ebbe, nei secoli XII e XIII, con la realizzazione
del Naviglio Grande, derivato dal Ticino ed esteso sino alla
“Fossa interna” della Città, realizzata a scopo difensivo;
iniziato sul finire del XII secolo e successivamente ampliato per
la navigazione, il Naviglio Grande di Milano costituì l’asse
portante dell’intero sistema dei navigli milanesi, completato
nei secoli successivi.
Il
Naviglio Grande ebbe un costo economico talmente elevato per le
popolazioni lombarde di quel tempo che solo la sua originaria
destinazione per l’incremento della produzione agricola poteva
giustificarne la costruzione per gli altri usi (difesa militare,
trasporto di derrate e materiali da costruzione, alimentazione
degli opifici, abbellimento della città ecc.).
La
realizzazione dei Navigli di Milano suscitò tanta ammirazione in
tutta la Pianura Padana che il termine “naviglio” anche in
Lomellina divenne sinonimo di “grande canale”,
indipendentemente dall’effettiva navigabilità.
Negli
stessi secoli XII e XIII, nel Novarese, si realizzano la roggia
Nuova della città di Novara, derivata dal Sesia, e la roggia di
Cerano, alimentata con le acque dei torrenti Agogna e Terdoppio;
nel Vercellese, in sponda destra del Sesia viene derivata la
roggia del Comune di Gattinara. Queste prime rogge – come quelle
che verranno realizzate nei secoli successivi – erano
principalmente destinate all’irrigazione e all’azionamento dei
mulini.
E’
in questo periodo che si introduce, sembra ad opera delle Comunità
monastiche, la pratica delle “marcite”, che consente, com’è
noto, di mantenere verde l’erba dei prati anche nell’inverno,
utilizzando il calore apportato da un velo d’acqua continuo
scorrente sulla loro superficie; si impara anche ad utilizzare le
naturali risorgenze della falda freatica, attraverso lo scavo dei
caratteristici “fontanili”, le cui acque vengono, più a
valle, utilizzate per l’irrigazione.
Tanto
impegno e tante fatiche diedero i loro pieni frutti molto più
tardi, ma anche nell’immediato non mancarono i risultati
positivi. Il terreno agrario, in genere per sua natura scarsamente
fertile, aumentò notevolmente la sua produttività, sia per i più
progrediti attrezzi di lavorazione, sia per la maggiore
disponibilità di letame dovuta al prevalere dell’allevamento
bovino su quello ovino, sia infine per la più vasta adozione
della pratica del “sovescio” (sotterramento di specie vegetali
a scopo di concimazione) e del “maggese” (periodica messa a
riposo dei terreni agricoli). Si estese la coltivazione del
frumento, dei foraggi, del lino e della canapa; si diffuse la
coltura della vite, generalmente sposata ad alberi disposti in
filari lungo i confini dei campi; si ridusse ancora la superficie
a bosco, sia per le esigenze di legname sia per accrescere i
coltivi.
Il
trapasso dai Comuni alle Signorie non arrestò nè lo sviluppo
delle città né i progressi delle campagne; ancora più intenso
fu l’avvio di nuove iniziative irrigatorie.
Nel
secolo XIV vennero realizzate importanti derivazioni a beneficio
del Novarese e della Lomellina: dal Sesia, la roggia Busca e il
roggione di Sartirana; dal Ticino, la roggia di Oleggio. Nel
Vercellese, dal Sesia venne derivata la roggia di Lenta;
dall’Elvo, la roggia di Buronzo; dalla Dora Baltea, il canale
del Rotto.
Nel
Quattrocento due fatti rilevanti segnarono il progredire delle
campagne: l'allevamento del baco da seta e la coltivazione del
riso, strettamente legata - questa - alla disponibilità
dell'acqua.
La
prima e sicura documentazione della coltura del riso nella Pianura
Padana è costituita da due lettere di Galeazzo Maria Sforza
scritte nel 1475 nella tenuta ducale di Villanova di Cassolnovo,
nelle quali si fa riferimento a coltivazioni di riso ivi già
esistenti.
Dalla
risicoltura venne una nuova e formidabile spinta a quella
colossale e meravigliosa opera di sistemazione dei terreni
destinata a trasformare totalmente il paesaggio agrario della
pianura irrigua.
L'agricoltura
di gran lunga più intensiva, indotta dalla coltivazione del riso
e dall'estendersi delle irrigazioni, portò da un lato al
frantumarsi dei grandi latifondi, dall'altro alla necessità di un
insediamento sparso nelle campagne; sorsero così le tipiche
"cascine", costituite da vasti cortili racchiusi sui
quattro lati da edifici con varie funzioni.
Attorno
al 1445, fallito il progetto del Duca Filippo Maria Visconti di
prolungare il Naviglio Grande da Abbiategrasso a Vigevano,
attraversando il Ticino con un sistema di conche, il Comune di
Vigevano avviò i lavori per derivare dalla sponda destra del
Ticino, tra Galliate e Trecate, il “Naviglio di Vigevano”;
l’opera, dopo varie interruzioni legate alle vicende della Casa
ducale milanese, fu completata nel 1482 da Ludovico il Moro e
prese il nome di “Naviglio Sforzesco”, in quanto destinato
principalmente all’irrigazione della grande tenuta ducale a sud
di Vigevano chiamata “Villa Sforzesca”.
Pure
per irrigare la Villa Sforzesca e le altre tenute ducali di
Cassolnovo e di Villanova, Ludovico il Moro realizzò, tra il 1481
ed il 1488, un’altra grande opera idraulica: la roggia Mora, che
dal Duca stesso prese il nome. Derivata dal fiume Sesia a Prato
Sesia - ove preesisteva l’antica derivazione della città di
Novara della prima età comunale - la roggia Mora costituisce, così
come i Navigli di Milano, uno dei più antichi esempi di
“interconnessione” di fonti idriche diverse. Alimentata da un
fiume - il Sesia - soggetto a forti e prolungate carenze idriche e
destinata a fornire, per le esigenze dei mulini e delle
irrigazioni, una portata il più possibile costante e sicura, la
roggia Mora, lungo il suo percorso di circa 60 chilometri, è
infatti in grado di intercettare le portate utili di ben tre
torrenti: lo Strona, l’Agogna ed il Terdoppio; al termine, le
sue acque vanno ad integrarsi, sui campi della Tenuta Sforzesca,
con le acque di Ticino, ampliando così ulteriormente la gamma
delle fonti idriche.
Del
XV secolo è anche la costruzione, nel Novarese, della roggia
Biraga e nel Vercellese, del Naviglio d’Ivrea; questo Naviglio,
derivato dalla Dora Baltea e della lunghezza d’oltre 70
chilometri, venne costruito inizialmente a scopo navigabile,
soprattutto per il trasporto del sale nel Ducato di Savoia, ma
venne poi utilizzato principalmente a scopo irriguo.
Tra
il 1200 ed il 1500 l'attività costruttiva dei canali fu quasi
frenetica, ma si realizzò con assoluta mancanza di coordinamento
tra le diverse iniziative, dando luogo così a quel diffuso
disordine idraulico-irriguo che costituisce ancora oggi un
problema da risolvere. Occorre considerare anche che, con il
passare dei secoli, rogge e canali venivano usati, oltre che per
l'irrigazione e per i mulini, per una molteplicità di altre
utilizzazioni: per dotare le città di acque per usi domestici;
per il lavaggio delle fognature, che erano in gran parte a cielo
aperto; per azionare le prime manifatture ecc..
La
mescolanza di tali usi, con i complessi "diritti" che li
regolavano, costituì certamente, nel tempo, un aggravamento della
situazione di disordine idraulico ma contribuì in forma
determinante allo sviluppo economico e civile del territorio.
Nel
Seicento, il susseguirsi di calamità politiche e di disastri
naturali (clima avverso, piene rovinose dei fiumi, morie del
bestiame), col seguito di forti carestie e di micidiali epidemie,
determinò un temporaneo arresto nella costruzione dei canali; tra
le pochissime opere nuove di questo periodo è da ricordare il
Naviglio Langosco; il canale venne eseguito per concessione 29
maggio 1613 di Filippo III Re di Spagna, cui spettava anche il
titolo di Duca di Milano, in accoglimento della supplica del 1610
presentata dal Conte Guido Langosco per l’irrigazione
“dell’Agro Lomellino, che trovasi sterile et quasi inutile”.
Tra le antiche derivazioni dal Ticino, il Naviglio Langosco è
l’ultima in ordine di tempo e la maggiore di sponda destra con
una portata di 22,7 m3/s ed un percorso di oltre 43
chilometri nel cuore della Lomellina.
Ma
con il tramonto del Seicento riprese in forma ancora più vigorosa
il progresso rurale, favorito dalla generale tendenza ad investire
capitale liquido in beni fondiari per ricavarne una rendita,
spesso in prodotti, attraverso l’istituzione della mezzadria e
poi dell’affittanza.
I
coltivi si estesero notevolmente, riducendo i boschi alle fasce
lungo i fiumi e i torrenti e ai dossi più elevati. Si diffusero
le varie colture: il foraggio, che divenne il protagonista della
nuova agricoltura; il riso, pur tra forti contrasti per l’accusa
di essere portatore di malaria; il granturco, che aveva fatto la
sua prima apparizione nel secolo precedente; il lino, la canapa,
il gelso, e le nuove colture della patata e del tabacco. Di
contro, la vite cominciò ad abbandonare la pianura, troppo ricca
di acque, per intensificarsi sulle colline.
Nonostante
le numerose ed importanti iniziative irrigatorie succedutesi nei
secoli, a metà dell’Ottocento la pianura novarese e lomellina
si trovava ancora in gran parte priva d’irrigazione o
scarsamente irrigata, mentre nel Milanese le irrigazioni indotte
dal sistema dei navigli avevano portato l’agricoltura lombarda a
risultati invidiabili e, al di là del Sesia, il Vercellese era
ormai quasi interamente irriguo; qui, per iniziativa del Conte di
Cavour, con legge 3 luglio 1853 n. 1775, venne costituita la prima
“associazione di irrigazione” – quella “dell’Agro
all’Ovest del Sesia” di Vercelli – i cui vantaggi furono
presto evidenti e che costituì anche per altri territori, come lo
stesso Cavour aveva previsto, un esempio ed una decisiva spinta
verso l’autogoverno dell’irrigazione da parte degli
agricoltori interessati.
Soprattutto
dopo i gravi danni subiti a seguito degli eventi bellici del 1859,
i coltivatori novaresi e lomellini cominciarono a premere sul
Governo perchè si costruisse un canale in grado di apportare le
acque necessarie per l’irrigazione delle loro terre e
l’attenzione si rivolse in particolare al Po, secondo
un’antica idea del domenicano padre Bertone da Cavaglià resa
pubblica nel 1633 e successivamente più volte ripresa ma mai
altimetricamente verificata.
Un
primo progetto di massima di un canale da derivarsi dal Po e
destinato a completare l'irrigazione del Novarese e della
Lomellina venne elaborato dall'agrimensore vercellese Francesco
Rossi; nel 1852, il Conte di Cavour, divenuto Presidente del
Consiglio, diede incarico all'ing. Carlo Noè di provvedere al
progetto definitivo del canale, con una portata di 110 m3/s,
con l’opera di presa dal fiume a Chivasso ed esteso, con un
percorso di 82 km, fino al Ticino.
Gli
intensi eventi politici degli anni successivi (guerra di Crimea,
guerre del 1859-60, annessioni, proclamazione del Regno d'Italia)
e soprattutto la scomparsa del Conte di Cavour (6 giugno 1861)
bloccarono l'attuazione del progetto; ma la spinta dei deputati
novaresi e lomellini, che reclamavano la riparazione dei danni di
guerra subiti nella primavera del 1859, indusse il Ministro
Quintino Sella a riprendere l'iniziativa.
Il
l° giugno 1863 veniva posta la "pietra fondamentale"
all'imbocco del costruendo canale che, come indicato dalla legge
stessa, prendeva il nome di "Canale Cavour"; il 12
aprile 1866, a meno di tre anni dall'avvio dei lavori, il canale
era realizzato; due anni dopo (1868), essendosi evidenziato che il
Po non era in grado, per lunghi periodi, di fornire al canale la
portata di progetto, venne costruito il canale sussidiario Farini,
per integrare il canale Cavour con le acque della Dora Baltea.
Entrava così in funzione il più grande canale d’irrigazione in
Italia, destinato a determinare nell'intera pianura tra Dora
Baltea, Ticino e Po un notevole impulso al progresso non solo
agricolo - attraverso l'irrigazione - ma anche industriale, grazie
alla maggior forza motrice messa a disposizione dagli impianti
alimentati con le nuove acque disponibili: ne deriverà uno
straordinario sviluppo economico di questo territorio.
Il
canale Cavour praticamente completò, attraverso la costruzione
dei suoi diramatori, la trasformazione irrigua dell'intera pianura
novarese e lomellina.
Il
diramatore più importante, denominato "Quintino Sella",
venne realizzato nel 1871 e completato, nel 1872-73, con i
subdiramatori "Pavia" e "Mortara"; fu così
possibile non solo estendere l'irrigazione ma anche disporre di
una notevole quantità di energia idroelettrica che facilitò lo
sviluppo industriale del Novarese e della Lomellina.
Con
la costruzione del canale Cavour furono gradualmente dissodate,
sistemate ed irrigate anche le ultime "brughiere" in
sponda destra di Ticino rimaste "d'asciutto"; ciò
avvenne principalmente con la realizzazione del Diramatore
Vigevano, il cui primo tronco fu costruito nel 1868 e che fu
ampliato e prolungato nel 1896 fino a Cassolnovo: nel 1958 il
Diramatore Vigevano fu prolungato ulteriormente fino a Gambolò,
dove si immette nel subdiramatore Pavia.
Nel
Novarese e nella Lomellina la distribuzione delle acque del canale
Cavour operata direttamente dallo Stato attraverso un’apposita
Amministrazione del Ministero delle Finanze suscitò subito gravi
proteste, soprattutto per lo spirito spiccatamente fiscale con cui
veniva praticata. Dovettero però passare molti anni prima che gli
agricoltori novaresi e lomellini, sull’esempio di quanto
realizzato nel Vercellese fin dal 1853, potessero giungere a
costituire, nel 1922, l’"Associazione Irrigazione Est
Sesia", e cioè un consorzio degli utenti che potesse
ottenere in concessione le acque ed i canali demaniali; così
avvenne e le concessioni si susseguirono fino all’emanazione
della Legge 27 dicembre 1977 n. 984, in attuazione della quale
tutti i canali demaniali del Vercellese, del Novarese e della
Lomellina passarono in definitiva gestione alle Associazioni degli
utenti (“Ovest Sesia” di Vercelli ed “Est Sesia” di
Novara).
Nel
frattempo, per far fronte alle sempre più gravi carenze d’acqua
dal canale Cavour e per estendere l’irrigazione alla pianura a
nord del canale, in concomitanza con la realizzazione delle opere
di regolazione del lago Maggiore (1942), si diede avvio, nel 1938,
alla costruzione di un nuovo canale da derivarsi dal Ticino: il
canale Regina Elena (per una portata di 70 m3/s ed un
percorso di 25 chilometri), ultimato nel 1954 e completato nel
1980 col nuovo Diramatore Alto Novarese (portata di 25 m3/s
e percorso di 21 chilometri) che consente una più completa
integrazione del canale Cavour ad est del Sesia con le acque di
Ticino, a beneficio del comprensorio novarese-lomellino e,
indirettamente, anche di quello vercellese, il quale può
utilizzare maggiori portate del canale Cavour, essendo queste
sostituite ad est del Sesia, dalle acque addotte dal canale Regina
Elena.
Per
l’agricoltura dei vasti territori irrigui in sinistra ed in
destra del Ticino, la regolazione del Lago Maggiore costituisce
uno straordinario vantaggio offerto dalla natura dei luoghi e dal
progresso della tecnica: quello di poter trattenere le acque
sovrabbondanti per poi erogarLe in modo da soddisfare le esigenze
delle colture, mutevoli in relazione al ciclo vegetativo e
all’andamento delle piogge.
Le
irrigazioni della Pianura Padana – ed in particolare quelle
lombarde e piemontesi – suscitarono nei secoli scorsi grande
interesse; nell’Ottocento quasi tutti i Governi europei
inviarono propri “viaggiatori” a studiare le nostre
irrigazioni.
Nelle
loro relazioni non mancano affermazioni di vero entusiasmo: così,
ad esempio, scriveva nel 1883 Albert Herisson, inviato dal Governo
Francese: “Non vi è in
tutto il mondo un sistema di irrigazione confrontabile con quello
esistente nel nord dell’Italia e si può praticamente affermare
che non vi sarà giammai”!
Qualche
decennio prima, nel 1837, il parlamento britannico aveva ascoltato
un rapporto del dott. Bowring sugli sviluppi dell’agricoltura
irrigua nell’Alta Italia e nel 1847 aveva affidato al proprio
vice Console a Milano, Robert Campbell, di verificare se le
istituzioni agrarie della Pianura Padana, ed in particolare
l’irrigazione, potevano essere applicate a sollievo
dell’Irlanda, la cui situazione economica ed agricola era
disastrosa.
Incaricato
di fornire le indicazioni del caso fu Carlo Cattaneo, il quale
delineò in cinque lettere una delle più acute analisi delle
caratteristiche ambientali ed agricole della Pianura Padana che
siano mai state scritte.
Basterà
citarne qualche passo che riguarda il sorgere e lo svilupparsi
dell’irrigazione.
“Il
nostro ordine irrigatorio non fu opera di improvviso getto, né
instituzione che ci pervenisse adulta e sapiente. Prima di far
l’opera si è dovuto, per così dire, inventare il principio.
Sotto lo stimolo della necessità, l’intelligenza e il capitale
vennero combinando in ordine artificiale i quattro fatti
geografici che abbiamo accennati:
-
l’indole
povera e silicea del suolo;
-
la
sua continua declività;
-
la
siccità estiva del cielo;
-
la
ridondanza estiva delle acque alpine.
Dovendosi
operare senza modello precedente, senza direzione generale, senza
aiuto di leggi non ancora pensate, e solo per imitazione vicinale
lentamente propagata di podere in podere, i lavori dovevano
riescire sconnessi e disordinati; spesse volte contrariarsi
mutuamente; mancare in un luogo le acque, che sovrabondavano in
altro, prendersi da lontana parte, e arrivare con insufficienti
altezze quelle che avrebbero potuto prendersi più da vicino. Ciò
che rimase, è solo una parte di ciò che si fece e si disfece nel
corso di duemila anni; interrotti da tante vicissitudini e tante
barbare o semibarbare influenze. E l’opera finale e presente non
può essere così perfetta come avrebbe potuto ordinarsi con
disegno premeditato. Come le frontiere delle nostre provincie e le
vie delle nostre vetuste città sono tortuose in paragone alle
linee rette che vediamo dominare nelle mappa delli Stati Uniti:
così, complicati riescirono i meandri delle acque sui nostri
campi. In alcuni luoghi l’intreccio delle loro direzioni e delle
loro altezze è oggetto di curiosità al viaggiatore. Un
premeditato disegno non avrebbe lasciato adito a questi sforzi
d’ingegno e di capitale”.
Ed
ancora:
“Il
reddito presente del territorio suddescritto non corrisponde ai
tesori che nel corso dei tempi vi si prodigarono. I popoli posero
il loro capitale a interesse ben tenue. Ma lo confidarono al suolo
della patria: e si assicurarono un’esistenza durevole anche nei
mutamenti della fortuna. Questi campi d’artificiale fecondità
sono come i palazzi di marmo, che durano più delle famiglie per
cui furono edificati”.
Qualche
anno più tardi, nel 1863, il conte Stefano Jacini – al cui nome
fu poi legata la prima grande inchiesta sull’Agricoltura
Italiana del 1880 – in una sua opera giovanile sulla proprietà
fondiaria, accennando all’infinito numero di canali necessari
per portare l’acqua a tutti i campi ed alle sistemazioni agrarie
che occorrono per renderli irrigui, così scriveva:
“Si
è alterata perciò la superficie di molta parte della pianura.
Insomma si è dovuto costruire, per così dire, la terra che dovea
nutrirci nello stesso modo che i Veneziani hanno costruito la loro
stupenda città. In questa sorgono grandiosi edifici e sublimi
capid’arte, dove un dì regnava lo squallore della laguna; fra
noi si ammira la più ricca vegetazione d’Europa sul piano che
la natura pareva avesse condannato alle paludi, alle sabbie e alle
ghiaie”.
Spetta
ora a noi il compito di conservare e valorizzare questo prezioso
patrimonio che le generazioni che ci hanno preceduto hanno
costruito con tanto ingegno e con tanta fatica.
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